CENTO ANNI: Vita e Passione

In occasione dei cento anni di associazione è stato pubblicato un opuscolo. Questo è nato in seguito alla ricerca fatta all’interno del nostro archivio per la realizzazione della mostra itinirante del centenario stesso. Qui riportiamo l’elaborato che è possibile avere anche in forma stampata contattando la segreteria dell’associazione.

 

Queste pagine sono dedicate

                                                                 –con gratitudine immensa-

                                                                 ai campanari che ci hanno preceduti

                                                                 tracciando il cammino.

                                                                 A tutti noi

                                                                 -portatori del testimone-

                                                                 che ci troviamo a vivere 

                                                                 il nostro centesimo compleanno.

                                                                 A chi verrà domani

                                                                 e -in ogni domani-

                                                                 sarà pronto a cogliere la sfida

                                                                 del donare senza pretendere.

                                                                 A chi si preparerà a festeggiare

                                                                 -con la nostra stessa emozione-

                                                                 il secondo secolo di vita

                                                                 dell’Unione Campanari Bolognesi!

 

 Quasi una premessa

                  “Non ti annoieremo, gentile lettore. Se vorrai seguirci, con affettuosità curiosa,

                   finirai a trovare interessante la vicenda della nostra esistenza e della nostra

                   passione (…) che qui con amoroso e patetico orgoglio ti riassumiamo.”

 

Nel 1937, con queste garbate parole che ci piace riportare, Carlo Zangarini iniziava la propria cronaca dei primi venticinque anni di vita dell’Unione.

Oggi, come allora, parlare dell’Unione Campanari Bolognesi, significa parlare, con grande amore e grande orgoglio (ma nulla di patetico in tutto ciò, solo una ridente felicità!) dei campanari e delle loro imprese, della loro abnegazione e del loro impegno, dentro e fuori i campanili; della grande storia e delle piccole vicende quotidiane che si sono intrecciate, e si sono influenzate, nel corso di questo secolo; del rapporto stretto esistente tra i campanari e le persone di ogni ceto e cultura: gli uni, che comunicano feste e lutti, ore civili e liturgiche, notizie e pericoli; le altre che, pur avendo oggi perso molto dell’antica saggezza nel riconoscere i segni, ascoltano e, più o meno, comprendono.

Significa inoltre parlare di genti che riconoscevano nelle campane la voce della collettività e per questo le amavano ed erano pronte a difenderle, sfidando qualsiasi potere.

Oggi, come allora, parlare dei nostri primi cento anni significa parlare di tutti coloro che, dal più lontano passato fino al più recente presente, cercano di salvaguardare il prezioso tesoro che la sorte ha messo loro tra le  mani, in nome della comunità, della fede, delle tradizioni.

Ma anche in nome dell’arte, della cultura, della musica.

Uomini che donano alla campaneria il proprio tempo, la propria vita, se stessi, inseguendo il duplice obiettivo di difendere e onorare il passato, da un lato; di farsi conoscere per trasmettere la passione e la conoscenza ai giovani, dall’altro.

Perché solo così si potrà garantire il futuro alla nostra tradizione campanaria.

E, indirettamente, anche a noi stessi.

Un’arte secolare

Le origini

     Siamo alla fine del Cinquecento.

Tra i musicisti della cappella di San Petronio, perenni rivali della scuola musicale di Roma, prende sempre più corpo un’idea, nata forse dall’ascolto del piccolo carillon di campane portato da Carlo V per la propria incoronazione: codificare il suono delle campane, in modo che i rintocchi non si rincorrano disordinatamente, sovrapponendosi e soffocandosi a vicenda, ma diano vita ad un concerto vero e proprio, fatto di voci distinte e armonicamente intervallate tra di loro.

La nuova tecnica di suono piace talmente tanto alla popolazione ed anche alle autorità, religiose e civili, che già un secolo dopo la sentiamo eseguire nelle principali chiese della città: San Pietro, San Girolamo della Certosa, San Procolo, Santi Vitale e Agricola, Santa Maria dei Servi…

E il successo non si ferma qui: è una moda in continua espansione, che, come un gioioso contagio, tra il XVI e il XIX secolo, finisce per coinvolgere tutti i campanili della città, del suburbio e del forese.

Dovette trattarsi di un periodo di fervidi lavori, che vedevano impegnati sacerdoti e parrocchiani desiderosi di fornire la loro chiesa (grande o piccola che fosse, inserita in un contesto abitato o sperduta tra le montagne) di eleganti campanili, slanciati, flessibili e robusti, ove costruire o riadattare castelli, ove appendere vecchie o nuove campane fatte fondere per l’occasione.

Periodo d’oro anche per le fonderie del bolognese, dalle più antiche (Censori, Rasori, Gandolfi), alle più recenti, come la fonderia Brighenti, di storica memoria, che cessò l’attività nella seconda metà del Novecento, dopo aver fuso concerti per gran parte delle chiese della diocesi.

Ma in cosa consiste esattamente questo nuovo modo di suonare, conosciuto a livello nazionale come il suono alla bolognese?

Si rende necessario a questo punto un piccolo excursus nelle tecniche nate in quel lontano XVI secolo e nelle successive modifiche.

Le tecniche di suono alla bolognese

Prima di addentrarci nell’argomento, dobbiamo precisare che, per suonare alla bolognese, occorrono come minimo quattro campane, di diversa dimensione ed intonazione, chiamate comunemente: grossa, mezzana, mezzanella, piccola, ma anche contraddistinte dall’onomatopeica del suono (don, dan, den, din) o dal numero: 4 per la grossa e via a calare fino all’1 per la piccola. Tuttavia, esistono anche concerti a cinque campane e, più  raramente, a sei.

Le “partiture” sono quindi sequele ove si alternano ritmicamente i numeri che contraddistinguono le campane.

La tecnica di suono più antica è il doppio a trave: i campanari (in questo caso chiamati travaroli) si sistemano sulle travi di sostegno delle campane stesse -campane che si trovano con la bocca rivolta verso l’alto- e, con le mani, agendo sulle stanghe,  le lanciano in modo che compiano una rotazione di 360°; a quel punto le frenano e le rilanciano nella direzione opposta, in un movimento che potremmo dire di “andata e ritorno”. Per ogni rotazione, il battaglio emette un unico rintocco. Negli intervalli tra un rintocco e l’altro di una singola campana, si inseriscono ordinatamente i rintocchi delle altre, fatte ruotare analogamente, ma con un’adeguata scelta di tempi, in modo che i rintocchi non si sovrappongano mai.

Un’evoluzione del doppio a trave è il doppio a ciappo, nel quale si distinguono tre momenti: scappata, doppio in piedi, calata.

In questa tecnica, i campanari muovono le campane -che si trovano in posizione di inerzia, a bocca rivolta verso il basso- per mezzo di corte corde legate alla stanga.

Grazie a pressioni sempre più potenti esercitate sulle corde, le campane prendono un’oscillazione sempre più ampia, e vengono gradatamente portate alla posizione di bocca in alto; questa rincorsa di rintocchi è detta scappata;

quando le campane sono a bocca in alto, sempre per mezzo delle corde, le si fanno ruotare di 360° (come avviene per il doppio a trave) e questa parte del concerto è chiamata doppio in piedi;

poi si riconducono le campane all’iniziale posizione di inerzia, costringendole in oscillazioni sempre meno ampie, fino a fermarle del tutto, fase questa che prende il nome di calata.

Un’armoniosissima variazione nel tema del doppio, tipica del centese, è la tecnica della ribattuta: quando la campana si trova a bocca in alto, il travarolo agisce con la mano direttamente sul battaglio e ricama una serie di piccoli rintocchi nell’intervallo di tempo che ha a disposizione prima di rilanciare la campana per un’altra rotazione completa.

Meno solenne e ariosa dei doppi, ma molto più vivace, è la tecnica delle tirate basse o tirabasse, eseguita sempre per mezzo di corde corte, imprimendo però alle campane una rotazione massima di 180°. Meno ampia è la rotazione, più rapida è la sequenza dei rintocchi. Le tirabasse sono particolarmente diffuse e apprezzate nelle nostre zone collinari.

Abbiamo parlato fino ad ora di tecniche che prevedono la presenza di almeno un campanaro per ogni campana; ma se la campana è particolarmente pesante, i campanari raddoppiano e triplicano di numero, fino ad arrivare ad una decina quando si tratta di muovere la grossa del campanile di San Pietro!

Ma c’è una tecnica particolare che, pur mettendo in gioco quattro campane, si accontenta della presenza di un unico campanaro; si tratta della tecnica a scampanio: le quattro campane sono con la bocca rivolta in basso e i loro battagli sono legati a funi; agendo su queste funi con le mani e i piedi, un solo campanaro riesce a far rintoccare tutte le campane, suonando anche un repertorio molto vasto di motivi religiosi, civili, canzonette…

Il pezzo classico per eccellenza, quello delle grandi solennità, risalente al Settecento, pur con variazioni di epoche successive, è la Martellata di Chiesa.

Prima dell’Unione

Nonostante a Bologna si suoni secondo questa tradizione antica di secoli, così come abbiamo visto nelle pagine precedenti, la nostra Unione festeggia “solamente” 100 anni di vita.

Nessuna meraviglia: non dobbiamo, infatti, confondere l’U.C.B. con quell’ antica tradizione campanaria, così come non dobbiamo pensare che prima della nascita dell’Unione non esistessero campanari o non si suonasse.

L’U.C.B. vide la luce e nacque dal preciso desiderio di alcuni campanari di riunirsi in associazione, forse per dare una struttura stabile e regole ben precise al mondo della campaneria, o forse per cercare di porre le basi giuste al fine di salvaguardare nel tempo quest’arte.

O anche, più semplicemente, perché erano anni segnati proprio dall’associativismo, dal corporativismo, dalle unioni: tutta la società correva in quella direzione, così come oggi, invece, corre verso l’individualismo e la frammentazione.

Squadre di campanari esistevano dunque, eccome!, già da molto prima della nascita dell’Unione, e doveva trattarsi di squadre ben allenate e con elementi molto affiatati tra di loro, altrimenti non avrebbero potuto suonare con successo i nostri bei doppi!  Squadre di professionisti del suono, che si riunivano e coprivano i servizi sul territorio, con modalità che, pur potendole bene immaginare,  non conosciamo perfettamente.

Su tali argomenti, così appassionanti, non ci sono infatti pervenute notizie storiche; abbiamo solamente un documento del 1907, il più antico del nostro archivio, ove si fa riferimento ad una squadra campanaria denominata “La Balla dei Crostini” e si narra di un’impresa epica e di un grande pericolo scampato: durante una sonata eseguita sul campanile di san Pietro, la campana grossa prese la “prilla”, ma i campanari non si persero d’animo e, con un abile quanto veloce cambio di posizioni, riuscirono a “domarla”.

Al di là del fatto in se stesso, tale documento è importante anche perché riporta i nomi dei partecipanti all’impresa[1]: vediamo così che, in squadra, vi era un campanaro di sant’Egidio, uno di san Pietro, uno di san Petronio, erede della famiglia Maggi, titolare di quella torre, uno di Montechiaro; degli altri non conosciamo la provenienza.

Cosa significava essere titolari di un campanile?

   Mentre i campanari potevano essere girovaghi (questi, della Balla dei Crostini, avevano provenienze diverse!), i singoli campanili non erano “disabitati”, o abbandonati a loro stessi, in attesa che una squadra salisse a scrollare la polvere dai bronzi!

Di loro si curava un responsabile, il capo-torre, che, oltre a conservarne le chiavi, provvedeva direttamente o indirettamente, ai lavori di manutenzione e all’ organizzazione dei grandi concerti festivi. Quindi era lui che contattava, dietro richiesta del parroco, quei gruppi o squadre di mastri campanari, dei quali abbiamo parlato poco sopra.

Questi movimenti da un campanile all’ altro e dall’ una all’ altra parte del territorio, favorivano la conoscenza interpersonale tra i campanari, la nascita di stima e fiducia reciproche, ma anche di rivalità, la ricerca di occasioni in cui trovarsi insieme a suonare, misurandosi in campanile, e a festeggiare per onorare l’incontro, per rifocillarsi al desco (davvero quasi leggendario l’ amore per la convivialità!), per scambiare quattro chiacchiere, e anche, perché no?, per commentare le sonate che nascevano ex novo nei vari campanili e che portavano spesso il nome del campanile nel quale erano state eseguite per la prima volta.

Quindi, oltre alle celle campanarie, vi erano altri luoghi ove ritrovarsi: possiamo pensare a osterie, trattorie, salette parrocchiali, sagrati delle chiese… ma non solo: secondo le testimonianze, sappiamo che fin dai primi anni del 1900 i campanari confluivano anche, da ogni parte della regione, nel negozio di cordami situato in via Caprarie e gestito da un certo Camillo Baldi, dove si rifornivano di ciappi e ciappetti, considerata l’ottima qualità delle canape che vi si vendevano.

Proprio lì accanto, vi era la bottega di granaglie di Aldo Scarabelli. E se pure i campanari non erano interessati alla sua merce, il signor Scarabelli era invece molto interessato a loro e si univa volentieri alle chiacchiere e alle discussioni che si tenevano nella bottega vicina, o lungo la via, testimone sempre più appassionato delle sfide che nascevano tra i vari gruppi, sfide sempre mascherate da gentili inviti a suonare nel proprio campanile.

Non è forse azzardato pensare che proprio qui, in questo piccolo universo campanario, quasi una succursale della cella, sia nata l’amicizia tra Enrico Maggi, il capo-torre di san Petronio, e Augusto Bonacini, militare in carriera, campanaro ad honorem, ispiratore e fondatore dell’ associazione che, già dal 1892, riuniva i campanari modenesi.

Tale amicizia, nata in sordina con scambi di cartoline illustrate, portò poi a reciproci inviti tra campanari modenesi e bolognesi.

Tra il luglio e l’agosto 1910, una squadra di campanari bolognesi si recò a suonare (e a pranzare, naturalmente!) a Modena, e poco dopo accolse una squadra di modenesi, che eseguì un bel doppio sul campanile di San Bartolomeo; poi tutti insieme, eccoli alle prese con una impegnativa e robusta mangiata al circolo cattolico Luigi Galvani.

Forse su ispirazione del Bonacini stesso, forse perché, come già accennato, si era in un momento storico-sociale caratterizzato dagli ideali del corporativismo e dell’associazionismo, si assistette ad una svolta basilare nel pensiero di un gruppo di campanari bolognesi.

Nasce l’Unione Campanari Bolognesi

L’Unione Campanari Bolognesi nacque ufficialmente il 21 aprile 1912, con il nome di Unione dei Campanari di san Petronio; il 1° maggio, giorno della compilazione ufficiale dell’atto sociale, diventò Unione dei Campanari Bolognesi e Aderenti, per poi chiamarsi semplicemente Unione Campanari Bolognesi.

I documenti in nostro possesso, che non danno notizie di associazioni o corporazioni campanarie presenti in città prima del 1912, testimoniano che la nostra Unione fu la prima forma di associazione di questo tipo, per un piccolo gruppo di campanari che si prefisse di perpetuare nel tempo la nostra bella tradizione, anche e soprattutto istruendo in tale arte i giovani, futuro di ogni collettività.

Abbiamo parlato di un piccolo gruppo di campanari, perché l’Unione nacque ad opera di 34 soci fondatori, che versarono 1 lira ciascuno come quota di ammissione e si impegnarono a pagare trentacinque centesimi la settimana a favore del sodalizio.

Il primo avanzo di cassa, ammontante a 63,50 lire, fu depositato in  un libretto fruttifero del Piccolo Credito Romagnolo.

Chi erano questi primi 34 soci, sognatori appassionati, orgogliosi difensori della tradizione, pronti a scommettere ciecamente sul futuro?

L’atto di nascita ufficiale riporta nomi di illustri sconosciuti e altri che invece ricordiamo perché son passati alla storia, sia per la maestria nell’arte, sia per l’importanza delle cariche ricoperte; ci riferiamo a Enrico Maggi, il già citato capo-torre di san Petronio, ad Aldo Scarabelli, il commerciante di granaglie, incaricato ora di redigere lo Statuto; a Cesare Brighenti, eletto presidente, erede della famosa fonderia attiva nel bolognese per oltre un secolo.

Venne eletto anche un presidente onorario: era Augusto Galli, orafo, mastro campanaro, e protagonista di spicco del nostro teatro dialettale.

Come segretario, scelto forse per la sua grafia piacevolmente ed elegantemente  svolazzante e per il suo scrivere corretto, fu designato Oreste Lucchi, mastro di ciappo, personaggio quanto mai curioso, se vogliamo credere alle cronache, che si differenziava dagli altri compagni di scampanate per la compostezza di movimenti e l’eleganza nel vestire anche in campanile: falde da cerimonia, colletto inamidato e lucida paglietta in capo.

All’inizio, l’Unione non ebbe una sede fissa; probabilmente ci si riuniva dove capitava, in casa dell’uno o dell’altro socio, in una sala parrocchiale, in un’osteria…

Citiamo una riunione, che si tenne nella sagrestia della chiesa di san Rocco, della quale ci è stata tramandata notizia forse solamente perché vi si parlò di un interessante e intrigante ordine del giorno: poiché ai membri dell’Unione era consentito portare ai banchetti sociali un invitato, poteva questo invitato appartenere all’altra metà del cielo? In parole povere: poteva essere una donna? Bisognava parlarne chiaramente e prendere una decisione precisa, poiché già una donna era intervenuta suscitando scalpore ed indignazione, per non dire grande scandalo.

Dopo lunghe discussioni, si decise infine di apporre una postilla allo Statuto: ogni socio poteva partecipare ai banchetti con un invitato, di qualunque sesso fosse.

La prima sede stabile fu una stanza presa in affitto nell’ abitazione del socio Oreste Rondanini, in via Savenella 9.

Negli anni subito successivi alla grande guerra, Enrico Maggi, divenuto segretario, realizzò il proprio sogno di portare la sede in via Colombina 7, nella sua stessa abitazione.

Con una sede fissa, proprio all’ombra del campanile di san Petronio, culla ideale delle sonate a doppio, l’U.C.B. si avviò a scrivere il proprio grandioso futuro.

Lo Statuto

Ogni associazione che si rispetti si incarica di redigere uno Statuto, ove esplicitare gli scopi, i regolamenti interni, le meccaniche di gestione e di direzione dell’ associazione stessa.

Lo Statuto dell’U.C.B., approvato nell’Assemblea del 20 luglio 1924 e modificato nell’Assemblea del 3 maggio 1964, come recita il frontespizio, è essenziale e chiaro.

Nell’articolo 2) troviamo le linee guida dell’Unione; vi si legge infatti:

Detta Unione si propone quanto segue:

* mantenere viva e far sempre più conoscere e apprezzare la bella tradizione dei Sacri Bronzi ad onore e propagazione del culto cattolico

* tutelare e disciplinare i diritti degli esercenti il suono delle campane di fronte agli amministratori delle singole torri con i mezzi a disposizione  dell’Unione

* cementare i vincoli di fraterna solidarietà tra i soci. A questo scopo si organizza ogni anno una giornata commemorativa con funzione religiosa, e quant’altre manifestazioni si riterranno possibili ed opportune, colle norme che l’Assemblea stabilirà. Si esclude nella società ogni scopo politico.

Seguono alcuni articoli che riguardano i soci e pongono confini morali ben precisi;  l’articolo 3) recita:

Possono far parte della società tutti gli uomini di moralità ineccepibile, che ne facciano domanda al Consiglio Direttivo controfirmata da un Socio, dichiarando di accettare nella lettera e nello spirito, il presente Statuto e le deliberazioni sociali. Il Consiglio delibera ineccepibilmente sulle domande per l’ammissione dei soci.

L’articolo 5) elenca i doveri dei soci:

La qualità di socio esercitante ed aderente impone i seguenti obblighi:

  • pagamento di una      tassa di ammissione e della quota sociale per l’anno in cui avviene      l’ammissione
  • difendere gli interessi morali e      materiali della Società nei modi e      nella misura che saranno a ciascuno consentiti
  • osservare lo      Statuto e le delibere sociali

L’articolo 6) sancisce il termine del rapporto societario:

Si cessa di far parte dell’Unione per recesso, per decadenza, per espulsione da deliberarsi dal Consiglio Direttivo.

Sono interessanti le motivazioni che possono portare all’espulsione di un socio, descritte nell’articolo 7):

L’espulsione è dichiarata a carico di quel socio che incorra scientemente in una grave infrazione del presente Statuto o abbia danneggiata la Società, o perda il requisito richiesto dall’art. 3).

Gli articoli successivi riguardano il funzionamento delle Assemblee e del Consiglio Direttivo, i compiti del Presidente, del Segretario e del Cassiere Esattore; vi sono poi alcune voci relative alle cariche Onorarie ed a disposizioni varie.

Gli annali dell’Unione

Non possiamo fare un resoconto dettagliato dei cento anni della nostra vita associativa: risulterebbe noioso e inutilmente prolisso; scegliamo quindi di parlare di due periodi, tra di loro i più cronologicamente lontani, ma molto simili, poiché rappresentano entrambi momenti di grande crescita collettiva: parleremo dei primi venticinque anni e degli ultimi, con particolare riferimento al decennio appena trascorso.

Passeremo gli anni centrali a volo rapido, accennando solamente ai grossi problemi che parvero dover segnare il destino dell’Unione, ma che, come in qualsiasi buona trama di romanzo, furono semplicemente anni di transizione e di preparazione al futuro.

Capitoli di passaggio, forse non particolarmente brillanti, ma profondamente necessari. 

Dai primi passi all’affermazione nazionale (1912 – 1937)

Presidenti –  Cesare Brighenti (dal 1912 al 1928)

Aldo Scarabelli (dal 1928 al 1936)

Luigi Filippetti (dal 1936 al 1945)

La storia dell’Unione in questo primo periodo è bene riportata e riassunta dal già citato Carlo Zangarini nel volumetto “Mastri di campane” e facilmente ricostruibile grazie ai documenti conservati in archivio.

Apprendiamo così come i campanari abbiano risposto agli scopi societari, delineati nello Statuto, anche rinsaldando i vincoli di amicizia tra di loro, attraverso gare e ritrovi su tutto il territorio.

A questo proposito, ricordiamo una delle prime gare, che si svolse nel1913 asan Biagio di Cento, quando i mastri bolognesi conquistarono un onorevole secondo piazzamento e un premio in danaro di ben 40 lire, cifra di tutto rispetto!

E ricordiamo anche, nel 1914, una disfida campanaria, una delle tante, tra modenesi e bolognesi, seguita da una sfida gastronomica tra l’oste del Foro Boario e quello dell’ Offesa di Dio, che, orribile a dirsi!, conquistò la vittoria, nonostante il nome sacrilego della propria osteria.

Dopo questi primi, pochi, anni sereni, la voragine della grande guerra parve inghiottire persone ed  energie collettive, mentre troppi giovani venivano richiamati al fronte, anche quell’ultima leva, quei ragazzi del ’98, carne da macello per le trincee…

Fu un periodo difficile per l’Unione, la cui cassa versava in condizioni miserande, così come il morale dei soci rimasti a casa; per cercare di rallegrare gli animi, e di incamerare qualche spicciolo, si pensò allora di organizzare una cantina sociale: si acquistavano delle mezze castellate di uva che Rondanini rivendeva a 0,90 lire al litro, depositando il guadagno sul libretto fruttifero.

Subito dopo la guerra, come già ricordato, Enrico Maggi trasferì la sede in via Colombina 7, nella propria abitazione.

In questo stesso periodo si apportarono modifiche allo Statuto, si decise di celebrare annualmente una Messa in San Petronio in onore dei soci defunti, si iniziò a progettare un’assicurazione contro gli infortuni, argomento di urgente attualità dopo che, nel 1926, sul campanile di San Bartolomeo, Mario Martelli rimase vittima di un pauroso incidente.

Nel 1927 si celebrò a Bologna il IX Congresso Eucaristico Nazionale.

Per l’occasione, ben 129 mastri campanari, richiamati da tuttala Diocesi, fecero risuonare i bronzi delle 31 chiese poste lungo il percorso della processione di chiusura del Congresso stesso.

A ricordo dell’evento, Augusto Galli donò all’Unione una serie di belle medaglie e il presidente Brighenti un certo numero di targhe commemorative e lo stendardo (di rara bellezza!), benedetto in san Petronio dal Cardinale Arcivescovo Nasalli Rocca.

Seguirono quattro anni veramente amari: alcuni soci uscirono dall’Unione e diedero vita, in seguito, al Gruppo Campanari Padre Stanislao Mattei.

Nel 1928, Cesare Brighenti si dimise dalla carica di presidente e al suo posto venne eletto Aldo Scarabelli, che non era un campanaro di professione, ma un amico fedele e fidato della prima ora.

Cominciò dal 1932 la marcia trionfale dell’Unione, sorretta da un lato dalla Curia, dall’altro dalle autorità politiche e civili che vedevano incarnati nell’ associazione i valori che allora si  propagandavano: attaccamento e difesa delle tradizioni e della religione, spirito di competizione, sano esercizio fisico.

Crebbe il numero dei soci, sia effettivi che onorari, si moltiplicarono le gare e i raduni, si celebrarono solennità civili e religiose…

Il colonnello Bonacini, cacciato dall’associazione dei campanari modenesi con l’accusa di aver favorito e attribuito, in una gara, la vittoria ai bolognesi, trovò nella nostra città una affettuosa e grata patria adottiva e si prodigò a dar fama e lustro all’Unione con tutta l’irruenza del proprio carattere.

Il 15 giugno 1933, giorno del Corpus Domini, segnò una tappa importante: arrivò in campanile l’EIAR, che trasmise alla Nazione un concerto dall’alto della torre di San Pietro.

Dopo la radio, anche l’Istituto Luce salì in cella per girare un documentario nel campanile di san Petronio.

Lo spettacolo venne ripetuto quando la troupe si spostò a Pieve e a Cento, quando venne registrato dalla torre dell’Arengo il doppio di San Pietro, e quando i campanari si radunarono a Forlì, sulla torre del Duomo.

L’anno si chiuse con la registrazione radiofonica del doppio di San Giacomo Maggiore.

Anche il 1934 fu un anno di glorie: in occasione della visita del re Vittorio Emanuele III, per l’inaugurazione della ferrovia Direttissima tra Bologna e Firenze, si fecero squillare tutte le campane poste lungo il percorso, da San Girolamo della Certosa, fino a San Pietro e San Petronio.

Il 10 giugno 1934 sulla torre di San Petronio, organizzata e gestita da Bonacini, si tenne la prima Accademia di arte campanaria bolognese: un successo strepitoso; tra gli invitati, un centinaio circa, spiccavano tutte le autorità civili e religiose della città.

Il primo luglio successivo, venne trasmesso alla radio lo stesso concerto.

Non mancarono una serie di gare: Cento, Pieve di Cento, Mascarino, Castelfranco, ove si misero in palio medaglie offerte dall’arcivescovo Nasalli Rocca, dal ministro Puppini, dalla Cassa di Risparmio di Bologna, dal fonditore milanese Barigozzi.

Non solo era un piacere elargire, ma si ottenevano ampi consensi popolari e politici ad appoggiare le manifestazioni pubbliche dell’Unione!

Il 25 settembre, dalla torre di San Petronio, venne suonato un doppio bene augurante per la nascita della principessina Maria Pia di Savoia.

Il mese successivo, una gita sulla tomba dei genitori del Duce e l’inaugurazione delle nuove campane del santuario di Predappio. Si dice che, lungo la via del ritorno, i campanari fecero molte soste e molte deviazioni per far dindonare le campane poste lungo la via Emilia e nelle immediate vicinanze.

L’anno si concluse con la conquista del primo posto nella gara di Castel san Pietro, e un piazzamento al terzo e quinto posto in una gara a coppie suonando la romana…

La gloria celava comunque alcune ombre: la lunga mano della dittatura arrivò anche in campanile; nella primavera del 1935 venne inaugurata la sede del Dopolavoro, nell’anticella del campanile di San Petronio e tutti i soci furono costretti ad iscriversi; presidente e segretario erano poi tenuti a compilare le domande per ottenere i permessi per suonare in quel determinato giorno in quel dato campanile, per andare ad una gara fuori città, per tenere un raduno… parallelamente, bisognava denunciare il possesso di biciclette, di apparecchi radio, fornire un elenco degli iscritti al dopolavoro stesso, garantire che chi non suonava in quella data occasione, non suonava in nessun’altra contemporaneamente…

In maggio ebbe luogo il primo Congresso dell’Unione, nell’Oratorio dei Padri Filippini, in via Manzoni, congresso estremamente importante poiché vi si gettarono le basi di una complessa organizzazione che doveva agire su più fronti:

provvedere al rinnovarsi perenne delle maestranze campanarie,

tutelare i diritti dei campanari,

coinvolgere il clero nella difesa e nella propagazione di quest’arte,

obbligare, con una precisa normativa, i fonditori a utilizzare materiali di prima scelta e di purezza garantita…

Come corollario del Congresso, fu inaugurata una palestra campanaria, vicino allo stadio, con un quinto del fonditore Barigozzi, allo scopo di addestrare i giovani.

Al cardinale arcivescovo, Giovanni Battista Nasalli Rocca, che aveva fortemente voluto e patrocinato il Congresso stesso, fu dedicato in segno di ringraziamento e stima, un doppio d’onore il 24 giugno, giorno del suo onomastico, dall’alto della torre di San Pietro.

Da maggio a ottobre si tenne il concerto di saluto al dopolavoro ferroviario bolognese, in san Petronio; la sonata a Ferrara in occasione dell’VIII centenario della costruzione del Duomo; la scappata in San Pietro, eseguita da trenta mastri campanari dopo mezzo secolo che non era stata tentata; l’inaugurazione del gagliardetto dell’Unione nella sede del dopolavoro e l’apposizione di una lapide a memoria  di Enrico Maggi; infine la sonata in san Pietro in onore del duce.

In poche parole, venticinque anni di fuoco e fiamme!!!

L’età di mezzo (1937-1987)

Presidenti: Luigi Filippetti (dal 1936 al 1945)

Aldo Scerabelli (dal 1946 al 1948)

Ivo Luminasi (dal 1949 al 1950)

Augusto Scarani (dal 1951 al 1952)

Stelio Luminasi (dal 1953 al 1985)

Cesarino Bianchi (dal 1986 al 1999)

La gloriosa cavalcata dell’Unione proseguì anche nell’ultimo scorcio degli anni Trenta, ma poi dovette fare i conti con la guerra, una guerra che non si combatteva solamente su fronti lontani, come era accaduto per quella del 1915-’18, ma che era entrata in ogni casa, della città, come della pianura e della montagna.

Fu sicuramente questo il periodo più travagliato nella storia dell’Unione e, anche se non ci sono pervenuti documenti in merito, ma dobbiamo rifarci alla tradizione orale, crediamo si debba essere grati a quei campanari e a quegli sconosciuti che cercarono di salvare il salvabile e di non disperdere le origini delle nostre tradizioni.

Al di là della propaganda roboante che aveva annebbiato e addormentato le coscienze, la requisizione delle campane per costruire armi all’esercito, insieme alla raccolta di oro per la patria, di coperte per i soldati in Russia, dicevano chiaramente come stavano le cose.

La requisizione delle campane, pur non coinvolgendo direttamente il singolo individuo, fu una ferita profonda inferta al cuore vivo e pulsante delle collettività: le campane erano la voce di tutti e di ciascuno; portarle via significava smorzare quel legame di comunicazione e solidarietà che univa la comunità.

La requisizione, inoltre, era vissuta come un’offesa fatta all’anima di ognuno, se proprio non vogliamo parlare dell’offesa fatta a Dio e alla sua Chiesa; non si riusciva a concepire, e a tollerare, che uno strumento di pace, usato per segnare ogni singolo istante della quotidianità, nelle gioie e nei dolori, dovesse essere fuso in una terribile arma di guerra e come tale essere utilizzato per seminare morte.

Sfidando le regole e i pericoli, in molti casi la gente si ribellò; si assistette a fatti straordinari: parrocchiani che interravano le campane per non farle trovare; altri che le riappendevano prima che passassero per caricarle sui camion; parroci che contrastavano a viso aperto il potere difendendo i propri bronzi. Ricordiamo, a questo proposito, Mons. Trombelli, parroco di San Bartolomeo e Gaetano, che cacciò dalla chiesa gli uomini che si erano presentati per la requisizione, dicendo che le sue campane non si toccavano; se il duce aveva bisogno di bronzo, bisognava, prima di tutto, andare a prendere la sua stessa statua che campeggiava al Littoriale.

Accanto a questi piccoli, memorabili episodi, tante altre campane presero però la via della fonderia.

Se andiamo a spulciare nell’archivio, troviamo traccia di tutto ciò in un anonimo e sinistro elenco ove, a fianco dei nomi di ogni singolo campanile, appaiono i numeri dei bronzi lì esistenti.

Altre brevi notizie riguardano le strutture murarie, perché i bombardamenti e le rappresaglie non risparmiarono certo i luoghi del culto: campanili distrutti, pericolanti, inutilizzabili… chiese rase al suolo, incendiate, fatte saltare in aria insieme ai parrocchiani che vi erano stati rinchiusi…

Anni duri di odio, in cui anche le campane, con i loro concerti azzoppati, parevano piangere.

La ripresa fu lenta. Si iniziarono a contare le ferite, le perdite, gli assenti.

E si ricominciò a costruire. Costruire le chiese e i campanili distrutti, sostituire le campane sparite, richiamare con i doppi la popolazione alle celebrazioni liturgiche… e furono proprio le campane che aiutarono a sedare i dolori, allontanare i ricordi, addolcire le perdite.

Dopo la ricostruzione, con l’imporsi di una società sempre più industrializzata che trasformò profondamente il nostro paese, si generò la tendenza a favorire il pensiero di elettrificare le campane, con il pretesto di rendere più agevole il suono delle stesse.

La frenesia della ricostruzione comportò in molti casi il dilagare delle elettrificazioni in campanile. Così, negli anni Sessanta, l’U.C.B. scese in campo con tutta la forza della propria rappresentatività e tutto l’orgoglio di ogni singolo socio per combattere contro questa intrusione massiccia dei concerti battuti meccanicamente, poiché l’elettrificazione veniva portata avanti con sistemi che finivano per danneggiare il concerto stesso e renderlo inutilizzabile per il suono a mano.

Fortunatamente, contro tale scempio, in aiuto alle voci dei campanari intervennero, seppur tardivamente, le autorità religiose; è infatti della fine degli anni Novanta il riconoscimento ufficiale, da parte della Curia, dell’alto valore artistico e tradizionale del suono alla bolognese, e il conseguente divieto di ricorrere a elettrificazioni selvagge.

Da allora, tale battaglia non è mai cessata e, agli scopi dell’Unione, si è aggiunto quello di sorvegliare e fare in modo che nessun concerto possa venire reso inutilizzabile per il suono a mano.

Il tempo di pace portò al rifiorire dell’arte campanaria, anche se il numero dei soci pareva sempre in continua flessione.

Tanto più che non era neppure un’attività remunerata.

Rischiò allora di spezzarsi un anello della catena che teneva unita l’Unione e facilitava il passaggio delle consegne: se fino ad allora il “mestiere” del campanaro veniva gelosamente custodito e tramandato di padre in figlio, da questo periodo molti figli non furono più interessati ad apprenderlo.

E l’Unione dovette intervenire con decisione per creare occasioni di incontro sul territorio, con la speranza di avvicinare giovani non solo interessati all’arte, ma disposti anche a donare il loro tempo alla collettività.

Fortunatamente le cose non andarono male come si temeva; basta scorrere il numero dei soci: dai 94 campanari del 1950, si arrivò ai 397 del 1987, anno in cui si festeggiò il 75° compleanno dell’Unione.

Gli ultimi 25 anni (1987-2012)

Presidenti: Cesarino Bianchi (dal 1986 al 1999)

Mirko Rossi (in carica dal 2000)

Eccoci dunque arrivati a parlare degli ultimi venticinque anni, con particolare attenzione al  decennio appena trascorso e segnato da un crescendo di attività ed entusiasmo, di iscrizioni di giovani e giovanissimi pronti ad affiancare i campanari in carica e a svolgere servizi ovunque.

Come già ricordato, il 25 ottobre 1987, si festeggiò solennemente il 75° compleanno dell’Unione, con la visita del cardinale Giacomo Biffi alla cella campanaria di San Petronio.

Un mese dopo, con il Comune di Bologna e l’Università, l’U.C.B. festeggiò i 900 anni del nostro Ateneo.

L’ultimo scorcio del secolo scorso vede i campanari impegnati a suonare a Roma, in occasione del “Biennio della Fede” (28 ottobre 1995), accompagnati dal Cardinale Giacomo Biffi e ricevuti da Sua Santità Giovanni Paolo II.

Nel 1997 si ricordano concerti per occasioni diverse[2], i servizi per il XXIII Congresso Eucaristico Nazionale, la registrazione di un CD e di un documentario, un’Accademia in San Petronio con riprese RAI e infine, il 6 dicembre, la sfida della scappata in San Pietro.

Dagli inizi del terzo millennio, l’Unione prende nuovo vigore e travalica i confini del possibile e dell’impossibile, tenendo sempre ben presenti le linee direttrici  dello Statuto e moltiplicando gli sforzi per

* coprire il territorio durante le feste religiose

* divulgare e far conoscere l’arte

* difendere i campanili non solo dalle elettrificazioni selvagge ma anche

dai  danni derivati dal trascorrere del tempo

* tenere uniti i soci e farli crescere sempre nell’ottica associativa

* insegnare ai giovani.

Ed è proprio su questi ultimi anni che desideriamo soffermare l’attenzione, sia per dire quanto è stato realizzato, sia perché sono gli anni della grande “corsa” verso il centenario.

Il nostro compito si presenta facilitato dai bollettini annuali che, a partire dal 2000, vengono stampati e distribuiti ai soci. Si tratta di svelti libretti ove sono raccolte le attività dell’anno appena trascorso, compilati, negli ultimi tempi, dalle voci multiple di campanari giovani ed anziani, che, con stile arioso e gaio, portano una visione positiva ed entusiastica delle varie iniziative.

La loro lettura ci fa toccare con mano la molteplicità delle strategie messe in campo per tenere viva e attiva l’Unione; strategie che si dispiegano in svariati settori, occupano centinaia di soci, impegnano la loro fattiva e gratuita collaborazione, in un clima di serenità e partecipazione crescenti.

Ma vediamo più da vicino come opera oggi l’Unione Campanari Bolognesi nei vari ambiti delle sue attività.

I RAPPORTI CON LA CURIA

Sempre ottimi e impostati alla massima collaborazione e alla più grande stima;la Curiadi Bologna si è spesso schierata a fianco dell’Unione Campanari per difendere la tradizione del suono a mano. Dagli anni ’80 al  2000, ad esempio, sono uscite le disposizioni sul suono delle campane, pubblicate sul Bollettino dell’Arcidiocesi di Bologna; documento per noi importantissimo perché contiene precise indicazioni contro le elettrificazioni selvagge e male eseguite, a difesa del suono manuale che deve essere preservato in ogni caso e a favore delle iniziative campanarie, anche se non strettamente liturgiche, come gare, raduni, ritrovi, prove,…

I SERVIZI

1) Feste liturgiche

Sotto questa voce vengono comprese tutte le occasioni di suono, date non solamente dalle feste liturgiche più importanti (Natale, Pasqua, la domenica delle Palme…),  durante le quali il servizio in campanile è scontato, ma da quelle che possiamo chiamare “feste religiose proprie della comunità parrocchiale, intendendo gli appuntamenti nelle chiese del territorio in occasione di festività varie, quasi sempre per il patrono[3], ma anche per le cresime, le comunioni, i matrimoni…

Non vanno dimenticate neppure le suonate per ricordare e festeggiare restauri o centenari di costruzioni di campanili e di campane, occasioni che spesso si accompagnano a un saluto grato a quei parroci che ne hanno appoggiato i lavori e che magari stanno per celebrare una tappa importante del loro ministero o stanno per spostarsi da una parrocchia all’altra. E allora il nostro suonare diventa un arrivederci beneaugurante…[4]

Ci preme ricordare, fuori di nota, alcune tappe salienti.

Per la morte di Sua Santità Giovanni Paolo II, nel 2005, il 3 aprile, a mezzogiorno, il 60% delle campane della Diocesi hanno suonato a morto in suo onore e ricordo; nel pomeriggio, si è suonato in Cattedrale perla SantaMessadi suffragio celebrata dal Cardinale Carlo Caffarra e la sera del4 inSan Petronio; l’8 aprile, durante i funerali, hanno suonato a lutto i bronzi di San Procolo, San Gregorio e Siro, San Bartolomeo e Gaetano, San Petronio, e in San Pietro si sono battuti i 99 tocchi tradizionali.

Il 19 aprile sonata in cattedrale per salutare il pontificato di Benedetto XVI.

Il 10 maggio 2009, inoccasione del bicentenario della fusione delle campane di Pieve di Cento, si è eseguita in campanile la scappata e “Tre fatte di campanini e mezze” e delle tre scappate; entusiasmo alle stelle, sia tra i campanari che tra il pubblico; a memoria dell’avvenimento,  il consiglio direttivo dell’U.C.B. ha fatto incidere una targa commemorativa, poi appesa in campanile. Sempre nel corso della giornata, si è presentato e si è diffuso il libro: I duecento anni delle nostre campane 1809-2009, curato ed edito dai soci di Pieve di Cento; in seguito, si è realizzato un dvd, con immagini, raccolta di repertori musicali, documenti, filmati vecchi e recenti.

Nel2010 havisto la luce il grandioso progetto che da anni occupava i sogni del Presidente: il rifacimento di una campana secondo la tradizionale sagoma Brighenti. Questa campana, issata sul campanile dei Santi Gregorio e Siro, è andata a restaurare fonicamente il concerto in tono maggiore, sostituendo la stonata e sgraziata piccola, aggiunta nel dopoguerra per rimpiazzarne l’originale requisita.

L’avvenimento è molto più di un restauro e molto più di una inaugurazione. A Bologna, ora, sappiamo che si possono ricreare i bronzi storici più pregevoli e mantenere e ricreare così il suono tradizionale delle nostre campane, al di là di qualsivoglia danno possano subire.

3) Occasioni varie

     A tutto questo, ancora si aggiungono avvenimenti e appuntamenti sporadici e non ripetitivi, che comunque riempiono il calendario degli impegni dei campanari; ricordiamo, ad esempio:

* la chiusura del Giubileo, del 5 gennaio 2001,  quando una solenne e grande processione ha percorso il tratto da San Petronio a San Pietro tra il tripudio di campanili squillanti;

* i servizi con le campane mobili presso le Parrocchie, ma anche fuori Diocesi e in giro per la penisola, per far conoscere la nostra tradizione campanaria[5].

LE OCCASIONI DI INCONTRO

1) I Raduni Nazionali

Annualmente si tengono i Raduni Nazionali, allegre feste campanarie ove gruppi provenienti da tutt’Italia si cimentano nelle loro tecniche di suono, per divertimento proprio e degli astanti, ma anche nell’ottica di creare occasione di incontro e dialogo, nonché di un sempre interessante e proficuo scambio culturale[6].

L’U.C.B. è stata costantemente presente a queste manifestazioni e ha ospitato a Bologna, il 26 maggio 2002, il 42° Raduno nazionale; per l’occasione, la mattinata è stata rallegrata dai concerti dai campanili di San Petronio, San Domenico, San Giacomo, San Bartolomeo e Gaetano, Santo Stefano, mentre nel pomeriggio si è suonato in piazza Maggiore con le campane mobili; indimenticabile il pranzo nelle splendide sale di Palazzo Isolani, pranzo e cornice che hanno riscosso un grande successo, così come il dono lasciato ad ogni partecipante: il video storico dell’U.C.B.

Altro ricordo della giornata, la cartolina con annullo filatelico.

Da menzionare anchela Santa Messacelebrata da S.E.Mons. Claudio Stagni, sempre molto attento a noi, al nostro impegno, alle nostre battaglie per difendere la tradizione del suono manuale contro l’oscurantismo mentale di chi vuole farci tacere.

2) I Raduni dei Giovani

Nel 2004 si è deciso di organizzare ogni anno anche un Raduno dei Giovani Campanari, occasione perché i ragazzi si conoscano e imparino a familiarizzare e a suonare insieme, dalla mattina alla sera; occasione per sedersi assieme ad una bella tavola imbandita[7].

Per dare risalto alle celebrazioni del centenario dell’Unione, in occasione del raduno a san Martino in Argine del 20 novembre 2011, i giovani della Pieve di Budrio, organizzatori della festa, hanno pensato di dar voce a ben cinque campanili: Mezzolara, Vedrana, Budrio, San Martino in Argine e Pieve di Budrio. 

3) Gli incontri con altri campanari

Tra le occasioni di incontro, è doveroso ricordare quelle con un gruppo dei campanari inglesi del Suffolk, guidati da Stephen Pettman, che quasi ogni anno arrivano in tour sui campanili della nostra Diocesi; sempre entusiasti e perennemente in ritardo sulle tabelle di marcia, finiscono per farsi perdonare per l’ammirato stupore con il quale ascoltano le nostre esibizioni e per i  loro concerti, eseguiti con le armoniosissime campane a mano.[8]

PER RESTARE IN FORMA

1) Le gare

Lo spirito di competizione, fin dagli inizi della nostra associazione, trova il suo momento di sfogo nelle gare che vengono indette in periodi già ben determinati durante il corso dell’anno.

Le gare non sono fatte solo per divertimento e, dal punto di vista dei campanari, l’importante non è partecipare: nossignori! L’importante è vincere!

Da noi, infatti, De Coubertin non è mai arrivato!

Se abbiamo la pazienza di spulciare qualche lettera dell’archivio, vediamo quante liti, quante rivalità, quanti insulti sono stati scambiati all’indomani di una gara, per non parlare delle accuse di partigianeria, di incompetenza, di malafede! E di sicuro non bastava un buon bicchiere di vino per sedare gli animi in ebollizione.

Eppure le gare si fanno sempre, e sempre si discute.

Il loro svolgimento è semplice: si dividono le squadre per categoria, le si ascoltano eseguire i pezzi richiesti, si segnano i punti in base agli errori compiuti, così che, anche se pare strano, vince la squadra che ha totalizzato minor punteggio, perché ciò significa che ha compiuto il minor numero di errori.

L’U.C.B. promuove ogni anno, agli inizi dell’autunno, la Gara delle Coppe, che, nel 2011 si è svolta a Padulle.

2) Le sfide

Esistono suonate che, per l’alto grado di difficoltà di esecuzione e per la fatica di resistere  e contrastare l’onda del campanile, passano alla storia e solleticano il desiderio di ritentare, di riprovare a fare, di lanciare il guanto a quella squadra che anni prima, a volte anche decenni prima, ce l’aveva fatta.

Nascono così sfide che scavalcano le barriere del tempo e si impongono all’attenzione di tutto il mondo campanario; una delle più sentite è certamente quella della scappata nella cattedrale di San Pietro, ripetuta di tanto in tanto (per la difficoltà di esecuzione!) con una squadra nella quale, ultimamente, si cerca di inserire, accanto a campanari di lunga esperienza, elementi giovani affinché imparino a suonare quel concerto veramente temibile. L’ultimo episodio del genere si è avuto il 24 marzo 2012, quando è stata eseguita con successo per tre volte la scappata, con grande gioia dei giovani campanari partecipanti e degli anziani che hanno ascoltato. E giudicato.

Va però ricordato che, nel 2001, oltre alla scappata, furono eseguiti anche i “campanini”, impresa veramente epica che, a memoria d’uomo, non risulta sia stata mai tentata in precedenza.

3) Per addestrare i giovani

L’educazione e l’addestramento dei giovani campanari sta molto a cuore ad ogni membro dell’Unione: si tratta infatti del futuro della campaneria bolognese e della sua stessa sopravvivenza.

A questo scopo si sono create vere scuole-palestre campanarie:

a Villa Pallavicini, nel 1993

a Monghidoro, scuola inaugurata il 2 dicembre 2001

a Pieve di Cento, scuola inaugurata il 19 marzo 2006.

Da citare inoltre, il Corso di avviamento all’Arte campanaria, tenuto nel 1990-1991 incollaborazione con il Comune di Bologna.

PER FARCI CONOSCERE

a)    Un cammino segnato da tappe diverse

     Se è vero che nel patrimonio storico dei bolognesi sono iscritti i doppi con le loro belle cadenze sonore, è anche vero che la distrazione imperante, i rumori del traffico, un diverso stile di vita e di fede, hanno portato sempre più i cittadini ad allontanarsi dalla tradizione campanaria e a darla per perduta nelle nebbie del tempo.

Eppure, così come avveniva dalle origini in poi, l’U.C.B. ha cercato di mantenere costante il rapporto con la cittadinanza.

Le Accademie in San Petronio sono occasioni per far conoscere la nostra antica arte fatta di musica, spettacolo, fatica, e anche di amore, passione, abnegazione; oltre a queste, si sono creati molti altri momenti di incontro allo scopo di dare visibilità alla nostra tradizione: incontri con studenti[9], realizzazioni di supporti audiovisivi[10], pubblicazioni[11], conferenze[12], partecipazioni a trasmissioni televisive[13], sonate per eventi d’eccezione sia privati che pubblici[14] e mostre[15].

b)    I festeggiamenti per il centenario

     Così come deciso dal Consiglio, tutto il 2011 è stato dedicato a celebrazioni, raduni e avvenimenti, in preparazione e anticipazione della grande festa finale a Cento di Ferrara.

L’apertura ufficiale delle celebrazioni si è tenuta il 2 aprile, con un’Accademia di Arte Campanaria sul campanile di San Petronio e l’inaugurazione della mostra storico-documentaria nella cappella di Sant’Ivo, sempre in San Petronio.

Tale mostra, rimasta a Bologna fino a tutto il mese di giugno, è  poi stata allestita nei locali della parrocchia di Monghidoro, per il mese di agosto; a San Pietro in Casale nel mese di ottobre; nei locali della chiesa di Santa Maria ad Nives, a Faenza, durante la fiera di San Rocco; dopo un momento di riposo, ha rivisto la luce nella saletta parrocchiale della Pieve di Budrio e, per il grande finale, verrà allestita a Cento!

Il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica e del 150° anniversario dell’Unità d’Italia, 12 campanili dell’ alta valle del Savena hanno suonato insieme, a simboleggiare l’unità del territorio e dei campanari.

Il 10 luglio si è tenuto il  raduno territoriale della Romagna, alla Pieve di Bagnacavallo.

Il 18 settembre il raduno territoriale della montagna è stato organizzato a Valgattara.

Dal 24 settembre e a cadenze regolari, incontri in campanile con gli ospiti dell’Associazione Vitruvio, per presentare l’arte campanaria bolognese a gruppi sempre più numerosi e interessati di bolognesi curiosi.

Analogamente, dal 29 ottobre, si sono tenute Accademie per il Gruppo Trekking Italia, che ha portato in campanile adulti e anche ragazzi dell’istituto superiore Salvemini di Casalecchio.

Il 18 novembre, l’etnomusicologo e scrittore Claudio Montanari, nella cui fonoteca sono salvati tutti i nostri concerti tradizionali,  ha  presentato alle Torri dell’Acqua di Budrio il suo ultimo libro: Il campanile e lo spettacolo.

GUARDANDO AL FUTURO 

Mentre sta per andare in stampa questo condensato di storia campanaria, siamo impegnati affinché la grande festa per il nostro centesimo compleanno sia per tutti, soci, familiari, simpatizzanti, sconosciuti, un indimenticabile momento di felicità e di aggregazione.

La stessa felicità e lo stesso orgoglio che sentiamo in cuore e che ci porta a dire: Ce l’abbiamo fatta! L’Unione esiste ancora, ha resistito alle difficoltà e alle tragedie ed è viva e vegeta e ricca di possibilità.

Nonostante l’impegno costante e continuativo che questa organizzazione richiede, sappiamo che è ancora nulla rispetto alle grandi sfide che il futuro ci spalanca dinnanzi e alle responsabilità delle quali siamo tenuti a caricarci per garantire un domani alla tradizione campanaria bolognese.

Se ci guardiamo in viso, siamo fondamentalmente contenti di noi stessi: siamo circa 300 soci, tra campanari effettivi e iscritti che non suonano o non suonano più, ma la cosa che ci dà più speranza è il grande numero di giovani che hanno imparato l’arte e si prodigano con entusiasmo, insieme agli altri che si sono affacciati alle nostre scuole e desiderano imparare.

Alcuni di loro forse si perderanno per la via, una via impervia e carica di impegno personale e collettivo… ma perché non sperare che possano farcela?, che anche loro possano arrivare ad insegnare ad altri giovani, e questi ad altri ancora, in una catena continua e perenne, una staffetta il cui testimone passa sempre alla generazione più giovane, a sfida del tempo e delle mode.

Anche se non ne abbiamo parlato fino a questo momento, bisognerebbe davvero chiedersi che cosa spinse nel passato e che cosa ancora oggi spinge e sostiene i campanari. Quali motivazioni hanno avuto ed hanno tuttora per impegnare le domeniche, il tempo libero, le giornate di tutte le feste comandate in campanile a suonare.

Per rispondere a questa domanda dobbiamo essere pronti a sovvertire i valori che oggi regolano la vita di una società sempre più individualista:

l’apparenza e il relativo desiderio di emergere nel e sul gruppo;

il danaro, signore e padrone delle nostre vite e delle nostre idee;

la superficialità di interessi e passioni;

l’abitudine di tacciare per obsoleto e superato tutto ciò che è appartenuto ai nostri padri, in una sterile rivendicazione di modernità.

Per quanto riguarda il primo punto, il servizio che i campanari prestano è un servizio nascosto e donato alla collettività, discretamente e senza la pretesa di ricevere nulla in cambio, con la certezza, anzi, di non raccogliere mai incensi ed allori.

Con la voce dei loro strumenti, essi vogliono raggiungere ogni cuore per annunciare la festa, il lutto, il richiamo, l’ammonizione, così come avveniva nei tempi passati, ad una collettività che però li ascolta sempre meno, presa da mille corse inutili; non li capisce più, perché non conosce il linguaggio dei diversi rintocchi; non sa della loro esistenza, perché i mille e mille rumori della città soffocano il ritmico dindonare dei bronzi.

Un servizio duro, da questo punto di vista, ripagato principalmente dall’amore che ciascuno porta in sé per la bellezza, l’armonia, la tradizione del suono delle campane, dal senso del dovere che chiama a lasciare le famiglie per far servizio durante le feste, dalla responsabilità verso il gruppo, dall’amicizia tra tutti i componenti, dalla volontà ferrea di difendere un’arte musicale secolare.

Per ciò che riguarda il danaro, di certo i campanari non sono mossi da motivi economici; se, infatti, fino al primo dopoguerra, suonare le campane significava garantire alla famiglia una notevole integrazione delle entrate mensili, oggi l’offerta per una suonata non basta a comperarsi una pizza in compagnia!

Di fronte alla superficialità degli animi e alla rivendicazione di modernità, che cosa hanno da dire i campanari?

Niente da dire; le parole non servono perché verrebbero ascoltate senza essere intese. Niente da dire, ma tutta la loro vita da portare ad esempio.

Alla superficialità di interessi e di passioni, i campanari contrappongono il loro servizio fatto di dono perenne.

Contro l’ignoranza di chi reclama modernità, i campanari rispondono con il loro attaccamento alla tradizione, una tradizione ereditata da secoli e fatta di arte, musica, storia, fatica e tenacia, saggezza del corpo e del movimento in ogni singolo gesto.

Se non esistono allori da cogliere, se non si può apparire personalmente in primo piano, se non c’è alcun guadagno economico, ha senso, dunque, essere campanari oggi?

La risposta, per noi, contro ogni superficiale razionalità, può solo essere positiva; sì, ha un senso chiaro e preciso, che riposa su valori non più considerati tali dalle mode imperanti: essere campanari significa custodire una tradizione storica e gloriosa; significa ribellarsi all’oblio e all’indifferenza; significa, nonostante tutto, essere ancora capaci di donare se stessi, il proprio tempo -quel tempo che nessuno riesce più a trovare!-, la propria conoscenza, la propria fatica alla collettività nella maniera più gratuita che si possa concepire.

E’ questo il sovvertimento dei valori attuato dai campanari, i più rivoluzionari e reazionari artisti di ogni epoca!

Per questo stesso motivo,  in difesa del sentimento collettivo, abbiamo scelto di non riportare alcun nome dei soci dell’Unione, perché crediamo che, nella nostra Associazione, tutti abbiano lo stesso grado di dignità e lo stesso identico valore, individuale e sociale; sappiamo che tutti spendono energie e tempo, che impegnano se stessi, oltre che nel suono, nei campi loro più congeniali (dalla manutenzione, all’oratoria; dai servizi, ai rapporti conla Curia; dalle pulizie, alle conferenze, alle pubblicazioni) al solo scopo e con l’unico fine di dare lustro all’Unione e di portare avanti bene la campaneria bolognese, nel rispetto dei princìpi e dei valori che la guidano.

Lungi da noi l’idea di voler sfruttare il palcoscenico dell’Unione per metterci in primo piano, vestendo le penne del pavone. Sappiamo che un’Associazione funziona bene solo se tutti accettano di porsi sul medesimo livello, in spirito di grande e fattiva collaborazione e umiltà.

Con tale spirito e amore festeggiamo orgogliosi i nostri 100 anni di vita associativa, contenti di aver protetto e fatto crescere l’Unione, di averla traghettata attraverso marosi potenti e secche infide.

In cuor nostro, speriamo, ma siamo anche pronti a scommettere, che, nel secondo compleanno centenario, altri uomini e donne, idealisti e innamorati come noi, scriveranno cronache simili e faranno festa con le sonorità solenni e ariose dei doppi. 

Lunga vita a chi ci seguirà!


[1] Riportiamo, per pura curiosità, tali nominativi e la posizione di ogni singolo campanaro:

davanti al campanone: Sabbatini Cesare, Marescalchi Ferruccio, Dall’Olio Paolo; dietro il campanone: Borghi Egisto, Maggi Raffaele, Venturi Umberto; tiratori davanti: uno sconosciuto di Montechiaro e Giordani Luigi; tiratori di dietro: Musiani di sant’Egidio e Monari Amedeo; battitore: Enrico, detto il Moretto di san Pietro.

[2] Tali occasioni sono rappresentate dalla fiera campionaria, dall’inaugurazione dell’impianto di illuminazione della facciata della Cattedrale, dal raduno della Coldiretti,  da Telethon (con riprese RAI).

[3] Apre le danze il tradizionale ritrovo a San Bartolomeo di Musiano, in onore di Sant’Antonio Abate (il sabato e la domenica più prossimi al 17 gennaio), festa durante la quale tutti possono rifocillarsi accanto a un grande falò con una gustosa porchetta e ottimi salumi, annaffiati da buon vino.

A stretto giro, esattamente il 2 e il 3 febbraio, si festeggia San Biagio, sia nella chiesa di Savigno, sia alla Collegiata di Cento.

Il 19 maggio, tutti a Budrio per la festa della Madonna dell’Olmo; il22 aSan Giacomo Maggiore per la festa di Santa Rita da Cascia e il 25 al santuario della Beata Vergine del Ghiandolino.

Il 12 e 13 giugno, celebrazioni per sant’Antonio da Padova.

Il 13 luglio, ancora a Budrio per festeggiare Santa Clelia Barbieri.

Il 10 novembre, una bella marronata in campanile per la festa di San Martino, a Casalecchio.

Il 26 dicembre, concerto in Santo Stefano.

L’anno si chiude poi con il grande concerto in contemporanea dai campanili del centro città, il 31 dicembre, seguito dal Te Deum del Cardinale e dai concerti in San Pietro e San Petronio.

[4]  2000: sonata in San Pietro per il nuovo parroco, don Rino Magnani (12 settembre); a Lovoleto, il 26 novembre, per la restaurata cella campanaria; al Monte delle Formiche, il 5 dicembre 1999, per il restauro del campanile; a Granarolo Faentino per la restituzione all’uso manuale del campanile.

2001: celebrazioni per il 50° anniversario di sacerdozio e il 25° di episcopato del Cardinale Giacomo Biffi (14 gennaio).

Disattivato l’impianto automatico di San Giacomo Maggiore; inaugurata la cella campanaria di Longara (28 gennaio);a San Benedetto del Querceto si è fatta festa prima dei lavori di restauro al campanile, con il concerto mobile di Monghidoro (24 giugno); recuperati al suono manuale i campanili di San Patrizio di Conselice e San Michele di Bagnacavallo. Il 6 ottobre, il raduno a Marano di Castenaso è anche occasione per celebrare il restauro del campanile.

2002: 25° anniversario di sacerdozio di don Magnani: sonata in San Pietro (29 settembre).

Centenario della costruzione del campanile di Quarto Inferiore (20 ottobre)

2003: 40° anniversario di sacerdozio di don Franco Candini, parroco della chiesa dei Santi Gregorio e Siro, e di Mons. Salvatore Baviera, della collegiata di San Biagio, a Cento (23 novembre).

Restituiti al suono manuale il concerto di San Pietro dell’Olivetta e il doppio di Castello di Serravalle. In Romagna, nella chiesa di Santa Lucia, viene inaugurato un nuovo quinto dalla combinazione di bronzi già esistenti in loco e altri aggiunti.

2004: l’8 maggio, l’U.C.B. ha incontrato il nuovo Cardinale Carlo Caffarra, che ha rivolto parole di lode e incoraggiamento ai campanari; il 30 maggio, a Faenza, si è suonato per Mons. Claudio Stagni, nominato vescovo della città.

Il 6 giugno, 70° anniversario della costruzione del campanile di Spirito Santo; è stato donato agli intervenuti un bel libro commemorativo.

2005: il 18 giugno, il Cardinale Carlo Caffarra ha visitato la sede dell’Unione, poi  è salito in cella campanaria per l’Accademia tenuta nel pomeriggio in suo onore. Il 16 aprile è una giornata memorabile per la campaneria: dopo avere ottenuto  il permesso, si è suonato a ciappo il maestoso e difficoltoso concerto di Pieve di Cento, che da decenni non cantava così. Il mese successivo, Prunaro: centenario della costruzione del campanile e 50° anniversario dell’ordinazione sacerdotale di don Montanari. 29 maggio, Savigno: festa per l’80° compleanno di alcuni campanari. 16 giugno, Pegola: 50° anniversario della rifusione delle campane; 10 luglio, Porretta Terme: restauro del campanile; 4 settembre, Santa Maria della Quaderna: restauro della cella campanaria.

2006: 15 gennaio: trigesimo anniversario dell’ordinazione episcopale di Giacomo Biffi.

2 aprile: elevazione alla dignità cardinalizia di Carlo Caffarra, festeggiato anche il 4 novembre, giorno del suo onomastico; il cardinale  è salito in cella, accompagnato da mons. Magnani e dal Presidente dell’Unione. Il concerto e l’incontro sono stati ripresi da E’TV e trasmessi il 9 novembre, nel corso della trasmissione 12 Porte. 2 giugno: inaugurazione del nuovo campanile di Santa Maria Assunta di Padulle. La domenica prima di Natale, dopo anni di silenzio, si è suonato in San Domenico.

2007: 22 aprile, Ferrara: in occasione del IV centenario della fusione della grossa, si è festeggiato il recupero del concerto della Cattedrale.10 agosto: recupero del concerto di Varignana. 4 novembre, Faenza: viene aperto al pubblico il campanile di Santa Maria ad Nives, detta comunemente Santa Maria Vecchia; il successo e il concorso di pubblico è stato strepitoso: in un solo pomeriggio sono salite circa 350 persone!

2008: 1 giugno: 70° compleanno del Cardinale Carlo Caffarra; 13 giugno, 80° compleanno del cardinale Giacomo Biffi; 16 novembre: fine dei lavori di restauro sul campanile del Duomo di Reggio Emilia.

2009: 21 settembre, San Matteo della Decima: festa per il patrono e per il 25° anniversario di sacerdozio del parroco don Massimo Nanni. 4 novembre: tradizionale sonata per l’onomastico del Cardinale Caffarra. 15 novembre: don Massimo Nanni, lasciata la parrocchia di San Matteo della Decima, prende possesso della Cattedrale di Bologna. 22 novembre, Santa Maria Maggiore: presa di possesso del nuovo parroco, don Rino Magnani, che ha lasciatola Cattedrale.8 agosto:inaugurazione del campanile di Gradizza ; 27 dicembre, fine dei lavori di restauro a Marmorta.

[5] Schio, 6 gennaio 2000; Roma, alla presenza del Pontefice , il 23 agosto dello stesso anno; Braglia di Modena, per beneficienza, in occasione della partita del cuore tra cantanti e piloti di Formula 1 (3 febbraio 2002); Quinzano a favore dell’istituto Ramazzini; piazza Maggiore, l’11 novembre 2001; Sala Bolognese, dove il Presidente ha arringato la folla per spiegare arte, tecniche, tradizioni; Cesena,  san Giorgio di Piano, zuccherificio di Minerbio nel 2003; Corticella, Madonna del Lavoro,  Imola e San Silvestro di Faenza;  Bargi, il 14 settembre2003, in occasione delle Bologniadi di montagna; lo stesso giorno, i soci centesi suonano il concerto mobile nei festeggiamenti per l’esaltazione della Santa Croce; Ferrara, nel 2004, per la festa della Coldiretti; Mantova nel 2005; Villa Pallavicini per il 50° fondazione dell’ONARMO;San Mauro Forte (Matera) per il gemellaggio tra i comuni di Monghidoro e appunto san Mauro, il 10-15 gennaio 2006; Mossa del Friuli per il gemellaggio con quel comune il 2 giugno 2008. Poi ancora le feste organizzate nel corso del 2009 dal Consorzio Agrario di Budrio, i concerti a Ferrara per l’VIII edizione del Salone dell’Arte del Restauro, il concerto con campane mobili alla festa della Stadura, a San Marino di Bentivoglio.

[6] Nel 2000, 40° raduno nazionale, a Castelnuovo Monti, il 17 e 18 giugno; in questa occasione l’U.C.B. ha presentato la conferenza “Quale futuro per le campane nel III millennio”, tenuta da un nostro socio.

A questo han fatto seguito il raduno a Barga di Lucca (5 e 6 maggio 2001); a Desio (11 maggio 2003); il 15 e 16 maggio 2004, inoccasione del 70° anniversario della fondazione del Gruppo Campanari padre Stanislao Mattei, ancora  Bologna è stata teatro del 44° Raduno Nazionale, organizzato all’interno delle Felsinarie; memorabile il pranzo nel salone del Podestà e interessante la mostra, al museo Davia Bargellini, di materiali storici provenienti dalla fonderia Brighenti; in dono agli intervenuti il volume: “Suoni di campane. Raccolta dei sistemi di suono tradizionali italiani ed europei”.

I successivi raduni nazionali si sono tenuti a: Bargecchia (21 e 22 maggio 2005); Chiavari (21 e 22 maggio 2006); Chiari (29 aprile 2007);  Castelnuovo del Garda (31 maggio-1 giugno 2008);  Spilamberto (25 e 26 aprile 2009);  Arrone (29 agosto 2010); Cividale del Friuli (11 e 12 giugno 2011).

[7]     Il primo raduno si è svolto a San Bartolomeo di Musiano, il 21 novembre 2004 e, in questa occasione, sono state presentate anche le nuove uniformi invernali dell’Unione. Son seguiti i raduni a: San Cristoforo di Ozzano Emilia (20 novembre 2005); Santa Maria delle Budrie (19 novembre 2006); San Michele Arcangelo di Quarto Inferiore (18 novembre 2007); San Pietro in Casale (23 novembre 2008); Chiesa Nuova (22 novembre 2009); Renazzo (21 novembre 2010), San Martino in Argine (2011)

[8]     Se gli incontri con i campanari inglesi sono oramai un’abitudine, spesso capita di ospitare altri gruppi, o di essere ospitati in altre città, così come è successo il 7 novembre 2004, quando la corale di Bassano del Grappa è salita sul campanile della Cattedrale. Il 2 giugno 2007, per l’arrivo dei campanari veronesi, si è suonato al mattino nella Cattedrale di San Pietro, e nel pomeriggio a San Luca, quando sono stati ospiti dell’Associazione Padre Stanislao Mattei.

[9] Dal 2000 e per qualche anno si sono stretti rapporti con gli studenti del Dickinson College, e per loro sono state approntate conferenze e sonate in campanile;

[10] Nel 2002 si sono realizzati: una videocassetta, con il commento a chiusura del Cardinale Giacomo Biffi; un sito internet per tenere contatti diretti con gli interessati; un poster con le foto di tutti i campanari, vecchi e giovani della Diocesi;

[11] Per il proprio 90° compleanno, è stato pubblicato, a cura di alcuni soci e studiosi, un tomo importante sull’arte campanaria bolognese; titolo dell’opera: Campanili e campane di Bologna e del Bolognese” (2002); il volume costituisce la ricerca più approfondita e documentata sulla storia dell’arte campanaria bolognese e sul patrimonio di campane e campanili della città e della diocesi di Bologna. Il 6 dicembre 2007, all’Auditorium di Budrio, è stato  presentato il documentatissimo libro di Claudio Montanari: Il campanaro musicista.

[12] Nel 2003 si è tenuta una conferenza all’Istituto Cavazza che aveva per tema Bologna e la sua tradizione campanaria; nel marzo 2006, un nostro socio si è recato a Roma per una conferenza organizzata dalla UniCredit Banca sul suono tradizionale delle campane alla bolognese; alla conferenza è seguita una dimostrazione di suono con il minidoppio che fu di Bicocchi (socio degli anni ’30); il 13 maggio successivo, si è tenuta a Ferrara, nelle sale della Biblioteca Ariostea, una conferenza sul recupero e il restauro della cella campanaria del Duomo, seguita, anche in quest’occasione, dall’esecuzione di una sonata a scampanio e a squinquino sul minidoppio Bicocchi; sono inoltre da segnalare un ciclo di conferenze con inserti video, tenute il 22 settembre 2009, presso la Villa Mazzacorati; il 2 Marzo 2010, all’Oratorio San Filippo Neri, in collaborazione con la “Fameja Bulgneisa”, e tra marzo e aprile dello stesso anno nella sala multimediale del quartiere Savena e al Centro Montanari; il 28 ottobre, un’altra conferenza dal titolo: E livenli! Arte campanaria e architettura religiosa nel bolognese.

[13] Tra il 2003 e il 2004, nostri soci hanno partecipato alle trasmissioni televisive di Rai Uno e Uno Mattina; l’11 marzo 2006, un altro servizio TV sull’arte campanaria bolognese è stato trasmesso in diretta dal campanile della Cattedrale; nell’occasione si è parlato anche del problema delle elettrificazioni selvagge e un ringraziamento sincero è andato a S.E.Mons. Claudio Stagni, sempre al nostro fianco in questa battaglia; il 20 Giugno, su Rai 1, durante il programma “A sua immagine” sono andati in onda concerti campanari coi sistemi bolognese e veronese. Le registrazioni della tecnica bolognese erano state effettuate sul campanile della Cattedrale qualche giorno prima;

[14] Il 24 maggio 2007, da San Petronio, grande concerto per il Congresso Nazionale di Chirurgia Laparoscopica; il 3 giugno, in occasione del 750° anniversario del Liber Paradisus, grande concerto a scampanio in San Petronio (voluto dalla Chiesa bolognese), alla presenza delle massime autorità civili e religiose; concerto ripreso da  E’TV e Tele Pace e trasmesso in mondovisione;

[15]  Dal 5 aprile al 3 maggio 2008, a Ferrara, si è tenuta una mostra sull’arte campanaria, ove è stato esposto anche il modello ligneo restaurato del campanile dei Santi Naborre e Felice, conservato nella nostra sede. Dal 20 al 31 ottobre 2010 si è organizzata una mostra fotografica presso lo spazio espositivo La Virgola intitolata: Le campane, primo media, storia di oggetti e di persone all’interno della rassegna Suoni e territorio.

Un commento:

  1. angela ferretti

    Avevo incontrato e conosciuto in un ufficio postale in cui ci siamo trovati a condividere una lunga coda, Stelio Luminasi nel periodo in cui era Presidente dell’UCB.
    Ne era molto fiero.
    Aveva frequentato Mordano (era nato a Mordano?) la mia famiglia tempo addietro e ancora gli s’illuminavano gli occhi ricordando la bellezza di mia madre!
    Mi piacerebbe, se possible, sapere qualcosa del Prof. Luminasi che con piacere constato essere rimasto Presidente dell’Unione per ben 32 anni!
    Per suo merito ho potuto leggere e conoscere l’appassionata storia dell’UCB e tutti ringrazio di cuore, Angela Ferretti

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