STORIA SULL’EVOLUZIONE DELLA CAMPANA

L’origine delle campane è remotissima e, tutto sommato, abbastanza misteriosa. Il loro impiego invece è ben documentato presso antiche civiltà, culturalmente anche assai eterogenee nonché distanti tra loro.

Il più vetusto reperto archeologico di questo genere in nostro possesso è il campanello trovato vicino a Babilonia databile, all’incirca, al I millennio a C.

Lo scrittore ebreo-romano Flavio Giuseppe (I sec. d.C.) nelle sue Antichità giudaiche, 1. III cap.7, ci riferisce che: “Il Re Salomone (974-937 a.C.) teneva numerose campane d’oro sul tetto del suo tempio per allontanare gli uccelli”.

Sir Austen Henry Layard (1817-1894), scopritore di Ninive, trovò, nel corso dei suoi scavi a Nimrud, otto campanelli fusi in un calderone di rame. Nimrud venne distrutta, insieme a Ninive, nel 612 a.C..

In alcune tombe pre-incaiche peruviane sono stati trovati campanelli in rame da slitta risalenti a prima del 500 a.C., epoca che segna, per quell’area geografica, l’inizio dell’era dei metalli.

Campane (chung), spesso di considerevoli dimensioni, risalenti al sec. VIII a.C. sono state trovate in Cina.

Queste, prive di battaglio, venivano percosse sul bordo esterno, con l’estremità di un palo di legno posizionato orizzontalmente.

Si ha poi notizia della presenza delle campane in Giappone, India ed Egitto. Qui, particolarmente, si sa che sacerdoti e danzatrici usavano legarsi dei campanelli alle caviglie durante le sacre cerimonie nei templi.

In Occidente le prime documentazioni risalgono, con ogni probabilità, al VII sec. a.C..

Sono di quest’epoca infatti i campanelli bronzei trovati nelle vicinanze di Sparta e ora conservati nel museo di quella città. Altre notizie ci provengono da fonti letterarie.

Per parte greca, sappiamo dell’esistenza di piccole campane da Eschilio (525-456 a.C.), Euripide (484-487 a C.), Tucidide (455-404 a.C.), Arisofane (444/1- dopo il 388 a.C.), Strabone (64 a.C.-21/4d.C.), Plutaco (50-125 d.C.); mentre sul versante romano preziosi riferimenti si trovano nelle opere di Tibullo (55/50-19/18 a.C.), Ovidio (43 a.C.-17 d.C.), Manilio (I sec. d.C.), Marziale (38/41-104 d.C.).

Curiosa è poi la segnalazione dovuta allo storico greco romano Cassio Dione (III sec. d.C.), il quale ci dice nella sua Storia romana, 1. LIV, cap. 4, §§ 1-4, che l’imperatore Ottaviano Augusto nell’anno 22 a.C.: “…vi fece attaccare una campana (alla statua di Giove tonante sul Campidoglio) ”.

Si tratta tuttavia, sia per quanto attiene ai reperti veri e propri sia per quanto riguarda i dati ricavabili dalle citazioni letterarie, di oggetti di piccole dimensioni, adibiti agli usi più disparati (non ultimo quello apotropaico, di cui forse si può scorgere una traccia nella consuetudine di suonare le campane a stormo all’arrivo dei temporali che corrispondono, forse con più esattezza, ai nostri sonagli o campanelli che non alle campane intese secondo il significato odierno.

Per designare questo tipo di strumenti metallici tuttavia l’antichità usava termini diversi da quello attuale.

In Grecia infatti lo si conosceva come còdon, secondo l’accezione metaforica suggerita, a una lingua che privilegia la dimensione visiva della realtà, da un lessema indicante, con palese analogia, il fiore di papavero.

A Roma invece, dove la lingua stessa rifletteva l’attenzione di quel popolo nei riguardi degli eventi acustici, s’impose il vocabolo onomatopeico tintinnabulum.

Il termine “campana” nasce nell’alto Medio Evo quando, secondo una versione non sufficientemente suffragata da prove, il vescovo di Nola, Paolino (409 – 431), avrebbe favorito la produzione per uso liturgico dei vasa campana (letteralmente: vasi della Campania) o campane, per l’appunto.

La qualità del bronzo che si produceva in Campania era già nota a Plinio il vecchio (23 – 79 d.C.), il quale nella Naturalis historia, 1. XXXIV, cap. 20, scrive: “ In reliquis generibus palma Campano perhibetur, utensilibus vasis probatissimo” (Tra i vari tipi – di bronzo- la palma spetta a quello Campano, adattissimo per gli utensili domestici).

Isidoro, vescovo di Siviglia (VII sec.), nei suoi Etymologiarum sive originum libri, al 1. XVI, cap. 20 tramanda esplicitamente : “ Campanum quoque inter genera aeris vocatur a Campania scilicet provincia quae est in Italiae partibus” (Tra i tipi di bronzo c’e anche quello chiamato Campano, cioè dalla provincia della Campania nei territori italiani).

E prosegue, al cap. 25 con  ulteriori e più precisi dettagli: “Campana a regione Italiae nomen accepit, ubi primum usus huius repertus est” (il termine campana deriva dal nome della regione d’Italia dove per la prima volta ne fu scoperto l’uso).

Anche Onorio di Autun (Honorius Augustodunensis, XII sec.), nella sua opera intitolata Gemma animae, al 1. I, Cap. 142, sembra accogliere questa etimologia quando afferma : “Haec vasa primumu in Nola Campaniae sunt reperta, Unde sic dicta, majora quippe vasa dictunur campana, a Campaniae regione; minora Nolae e civitate Nola Campaniae”. (Questi versi vennero dapprima scoperti a Nola della Campania. Per cui hanno questo nome, infatti i vasi più grandi vengono chiamati campani dalla regione Campania, quelli più piccoli Nole dalla città di Nola in Campania).

Sulla scorta delle informazioni di Onorio, si spiegherebbe, oltretutto, anche il nome di torre nolare con cui viene designato talvolta il campanile.

Tuttavia Giovanni di Garlandia (XIII sec.) nel suo Dictionarus si fornisce una diversa, ancorché fantasiosa, etimologia: “Campane dicuntur a rusticis qui habitant in campis, qui nesciant judicare horas nisi per campanas” (Le campane prendono il nome dai contadini che abitano in campagna, i quali non saprebbero che ore sono se non tramite le campane).

Resta comunque come dato di fatto che sebbene si possano individuare precedenti in epoche antiche, fu tuttavia il Medio Evo che riscoprì la campana e ne rivoluzionò sì l’aspetto che la funzione.

E’ nell’età di mezzo infatti che:

1)      La foggia “a ciotola” o “a tubo” dei tintinnabula evolve gradualmente verso la caratteristica forma “a calice” della campana moderna;

2)      Vengono fusi, dapprima ad opera dei monaci, esemplari di notevoli dimensioni e issati sui campanili (Papa Stefano II, nel secolo VIII, fa erigere in S. Pietro una torre campanaria con tre campane);

3)      la campana assume il ruolo di strumento di comunicazione di massa, prima con finalità eminentemente religiose, poi assolvendo anche compiti civili, non ultimo quello della nuova scansione del tempo.

E’ forse opportuno ricordare, a questo proposito, quanto ha scritto lo storico Jacques Le Goff: “Più ancora per esigenze pratiche che per ragioni teologiche, che d’altronde ne sono alla base, il tempo concerto della Chiesa è, adattato dall’antichità, il tempo dei chierici, ritmato dagli uffici religiosi, alle campane che li annunciano, eventualmente indicato dalle meridiane, imprecise e mutevoli, misurato talvolta dalle clessidre grossolane. A questo tempo della Chiese, mercanti e artigiani sostituiscono il tempo più esattamente misurato, utilizzabile per le faccende profane e laiche, il tempo degli orologi. La grande rivoluzione del movimento comunale nell’ordine è rappresentata proprio da questi orologi rizzati Dappertutto di fronte ai campanili delle chiese.”

(J. Le Goff, Tempo della Chiesa e tempo del mercante, trad. it. Torino, Einaudi, 1977, p.14).

Le prime campane erano il lamina di ferro battuto, ma solo a partire dai secoli VII-VIII risalgono i primi documenti ottenuti da fusioni di bronzo, sebbene nel centro Europa ancora nel XVII sec. si approntassero campane di ferro fuso.

la più antica campana in Europa, risalente al 613 d.C., si trova al Museo Civico di Colonia ed è in ferro.

In Italia il primo esempio di bronzo è la piccola campana ritrovata a Canino presso Viterbo (sec. VII?- VIII?).

Le campane più antiche dell’Emilia si trovano a Ravenna sul campanile S.Giovanni evangelista. Furono fuse da Roberto Sansone nel lontano 1208 e si chiamano Marzia (oggi lesionata e quindi muta) e Berta.

Nei secoli successivi la forma della campana si modifica: l’apertura della bocca viene allargata e, nel contempo, si riduce l’altezza del vaso, in modo tale che le due grandezze vengano quasi a coincidere.

S’abbandona l’impiego del ferro come materiale alternativo e s’impone definitivamente un tipo di bronzo dalla elevata percentuale di stagno.

Le modalità d’installazione si arricchiscono, nelle varie regioni, di nuovi accorgimenti tecnici che consentono di sviluppare sistemi di suono finalizzati all’esecuzione di concerti (sistema bolognese, ambrosiano, veronese e altri).

 

Due sono sostanzialmente i modi di ricavare il suono dalle campane:

1) tramite percussione esterna o interna (col battaglio del bordo inferiore, con vaso fermo fissato ad un supporto;

2) con campana oscillante: in questo caso il battaglio asseconda i movimenti del bronzo e ne colpisce l’orlo interno.

Occorre però aggiungere che se il perno d’oscillazione è posizionato in corrispondenza dell’estremità superiore della campana, essa acquista un movimento veloce e il battaglio segue la direzione pesa dalla corsa del vaso: questo tipo di installazione è detta a “slancio”.

Se invece il perno si trova più in basso rispetto alla sua naturale collocazione, il movimento ondulatorio della campana rallenta. Ne consegue che il battaglio si muoverà lungo una direttrice opposta a quella del bronzo e, cadendo, ne colpirà l’orlo inferiore: la campana, con queste caratteristiche, si dice “controbilanciata” e il suo uso sembra essere invalso alla fine del XVIII secolo.

In alcune zone dell’Italia meridionale ma soprattutto nell’Est, specialmente tra i paesi di culto ortodosso, è molto diffuso il primo tipo di installazione, cioè quello a campana fissa.

Nel resto d’Europa, ma anche in altre parti del mondo, le campane sono in netta prevalenza “a slancio”.

In certe regioni dell’Italia settentrionale (Piemonte, Liguria, Lombardia, parte del Veneto, Emilia nord-occidentale) si è imposto l’uso delle campane “controbilanciate”.

Originariamente sui campanili veniva issata una sola campana. ma quando se ne aggiunse un’altra, il suono ottenuto dai rintocchi alternati dei due bronzi fu chiamato “a doppio”.

Questa modulazione, poiché la si impiegò per solennizzare particolari occasioni liturgiche, divenne ben presto sininomo di suono festoso, arricchito ed eccezionale rispetto alla liturgia ordinaria.

Una delle prime testimonianze lettera rie in questo senso è fornita da Luigi Pulci (XV sec.), nel poema Il Morgante maggiore, c.X, ott. 146:

“ Morgante non poté più sofferire

e disse a Carlo: <<imperadore, io scoppio

s’io no lo fo con le mie man morire.

Lascia ch’i’ suoni col mio battaglio a doppio:

col primo colpo il farò sbalordire

che ti parrà ch’egli abbia beuto oppio>>”.

In questo passo tuttavia il valore semantico originario del termine è adombrato dall’impiego metaforico. In epoche più recenti il sintagma ha acquisito un valore tecnico che specifica un particolare tipo di modo di suonare le campane (non più due ma quattro, cinque e in taluni, rari casi anche sei) in voga nella zona centro-orientale della Emilia Romagna, le cui origini si possono far risalire, secondo alcune testimonianze, alla fine del sec.XVI.

Il poeta, che impiega il lessema “doppio” secondo l’accezione che ancora oggi gli è propria e si trova correntemente tuttora impiegata dai campanari, è Giovanni Pascoli, nella cui opera tale vocabolo compare ben otto volte.

Non è quindi un caso che Pascoli sia, nella letteratura italiana, l’autore che più d’ogni altro ha fatto ricorso all’area semantico-lessicale afferente alla campana.

Infatti su circa 1.500 componimenti, il termine “campana”, assieme alle sue alterazioni “campanella,campanello”, al maschile “campano” e al corrispettivo di sapore più squisitamente letterario “squilla”, compaiono ben 130 volte.

Se pio nel novero comprendiamo tutti i riferimenti al suono delle campane, come ad esempio: “campanile”, “Ave Maria”, “Angelus”, “doppio”, e a tutte quelle espressioni che sono state classificate da Gianfranco Contini come “linguaggio pre-grammaticale”, allora le occorrenze salgono a circa 250.

Sarebbe fatica ardua, oltre che sterile, recensire tutte le numerosissime citazioni che compaiono nelle varie letterature ,non solo in quella nazionale, in relazione alla campana.

Per mantenerci in ambito italiano, dopo l’autore che con maggior insistenza l’ha evocata, corre l’obbligo di richiamare alla memoria per lo meno il Poeta più grande che ben due volte, nella Commedia, ci trasmette la suggestione del suono delle campane:

Era già l’ora che volge al disio
ai navicanti e ‘ntenerisce il core
Io dì c’han detto ai dolci amici addio;
e che lo novo peregrin d’amore
punge, se ode squilla di lontano
che paia il giorno pianger che si more;

Pg VIII 1-6 

 

Indi, come l’orologio che ne chiami
nell’ora che la sposa di Dio surge
a mattinar lo sposo perché l’ami,
che l’una parte e l’altra tira e urge,
tin tin sonando con sì dolce nota,
che ‘l ben disposto spirto d’amor  turge

Pd X 139-144

 

A cura di Massimo Roncato

3 thoughts on “STORIA SULL’EVOLUZIONE DELLA CAMPANA

  1. Pingback: Un suono di campane.. | cizzina,

  2. Ho letto con piacere e interesse il vostro bel racconto sulla storia delle campane. Siete bravi e professionali. Grazie

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